Leadership ibrida: 6 errori da non commettere

Se è ormai chiaro che il lavoro ibrido è una novità destinata a rimanere nel tempo, è altrettanto evidente che questo richieda una transizione piuttosto delicata. Questo cambiamento, infatti, necessita di nuove modalità di comunicazione, nuovi ritmi, nuove regole, e soprattutto un nuovo modello di leadership. I leader giocano un ruolo fondamentale nel percorso di un’organizzazione ibrida per raggiungere il successo: sono loro ad avere un contatto continuo con i collaboratori, ed è da loro che dipende la buona riuscita o meno di un team ibrido. È proprio per questo che è importante conoscere le possibili insidie della leadership ibrida e sapere come non incorrere negli errori più comuni. Vediamoli insieme!

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I possibili passi falsi della leadership ibrida (e come evitarli)

Il passaggio alla leadership ibrida rappresenta un ulteriore cambiamento al quale doversi adattare, e pur avendo molti benefici, porta con sé anche il rischio di commettere alcuni errori di valutazione. Ma quali sono, e come possiamo evitarli?

1. Rifiutare il lavoro ibrido

Iniziamo dalle basi. Il primo errore che un leader del futuro non deve commettere è quello di imporre un ritorno permanente in ufficio a tutte quelle professioni che possono essere svolte anche da remoto. Chi ha trovato nel lavoro ibrido la propria dimensione ideale, infatti, non è più disposto a rinunciarvi: basti pensare che il 73% del campione del Work Trend Index 2021 di Microsoft ha dichiarato di voler mantenere la flessibilità data dal lavoro ibrido, e il 30% dei professionisti intervistati da McKinsey ha affermato che prenderebbe seriamente in considerazione l’ipotesi di cambiare lavoro qualora l’azienda dovesse imporre un rientro forzato in sede. Risulta quindi evidente che i leader dovranno accettare di buon grado questa novità e gestirla al meglio, se non vogliono perdere una consistente porzione dei propri talenti.

2. Non adottare una nuova forma di leadership

Un altro errore da evitare assolutamente è quello di non adattare lo stile di leadership al nuovo contesto ibrido. Chi è alla guida di un team ibrido deve sviluppare competenze nuove che lo aiutino a gestirlo con successo, passando così dal ruolo di capo a quello di coach. Saper collaborare online, gestire i meeting in maniera coinvolgente anche in modalità ibrida, promuovere l’innovazione e lo scambio di idee con brainstorming e incontri informali, utilizzare un approccio agile al project management con metodi come Scrum e Lean, sono solo alcune delle skill che un buon leader deve sviluppare o rafforzare se vuole tenere alti la produttività e il morale del team anche a distanza. Non è finita qui: il lavoro ibrido richiede che i leader abbiano una buona capacità di delegare e dimostrino una importante dose di fiducia nei confronti dei propri collaboratori, ai quali dovranno lasciare flessibilità e autonomia. Favorire il lavoro in sede solo perché permette al leader di avere un controllo più diretto sui compiti svolti può mandare un segnale di sfiducia, demotivando il team.

3. Mancanza di chiarezza

Gli ultimi anni sono stati caratterizzati da un forte senso di instabilità. Per tenere alti il morale e la motivazione di un team, i leader devono quindi impegnarsi a limitare il più possibile il senso di incertezza sul lavoro. Per far questo, è importante che siano proprio loro a dare una direzione precisa al gruppo e ai singoli. Un leader in grado di comunicare con chiarezza e pianificare gli step successivi con i propri collaboratori può scongiurare il rischio di creare un senso di smarrimento, che porterebbe a una mancanza di fiducia in sé e al burnout. Attenzione, però: anche pianificare a lungo termine può condurre a passi falsi, se non ci si ferma di tanto in tanto ad aggiustare la mira. Secondo Forbes e McKinsey, infatti, il percorso verso il lavoro ibrido è ancora tutto da scoprire, e pertanto è auspicabile adottare un approccio per fasi che possano di volta in volta portare a una rivalutazione del piano.

4. Non tenere conto delle preferenze individuali

Un altro errore da evitare è quello di prendere decisioni senza tener conto delle preferenze individuali dei membri del team. È infatti importante tenere a mente che, quando si parla di reboarding, ci sono almeno tre diverse visioni da prendere in considerazione: c’è chi è entusiasta di rioccupare la propria scrivania e riprendere a collaborare di persona con i propri colleghi, chi è favorevole a un ritorno parziale e chi, infine, non intende rinunciare ai benefici del lavoro da remoto ed è disposto a recarsi in ufficio solo 1-2 giorni a settimana. Per guidare con successo la squadra, quindi, un leader deve innanzitutto dimostrarsi aperto al dialogo e indagare le necessità di ciascuno (ad esempio ricorrendo alla nostra Scheda tematica per il reboarding). Questo aiuta a individuare i processi da mettere in atto per promuovere la produttività di tutti e favorisce la creazione di un senso di appartenenza.

5. Trascurare il benessere psicofisico di chi lavora da remoto

L’attenzione al benessere psicofisico dei collaboratori non può e non deve riguardare solo chi si trova in sede. Sebbene questo sia un tema centrale per il team HR, che deve garantire uguale supporto a chi lavora da remoto e a chi si reca in ufficio, anche i leader giocano un ruolo importante. Sono loro, infatti, aa interfacciarsi quotidianamente con il proprio team, e spetta quindi a loro verificare lo stato di salute dei propri colleghi e intervenire quando necessario. La distanza, in questo caso, non li favorisce, e per questo è fondamentale che i leader sviluppino (o rafforzino) competenze soft come l’intelligenza sociale e lo scambio di feedback costruttivi che permettano di cogliere eventuali segnali di stress, tristezza o demotivazione. Grazie a un dialogo empatico, i leader possono sapere come si sentono i propri collaboratori, che tipo di difficoltà affrontano, come hanno organizzato il proprio lavoro, se si prendono abbastanza tempo per ricaricare le energie e così via. Il corso Addio, burnout! aiuterà leader e colleghi a riconoscere gli eventuali campanelli d’allarme e agire in tempo.

6. Non formare i collaboratori al lavoro ibrido

Preparare i leader a gestire al meglio team ibridi è molto importante, ma non ci si deve dimenticare che anche i singoli membri del gruppo hanno bisogno di nuove skill! Il lavoro ibrido richiede competenze relative al teamwork online, a una corretta gestione del tempo e dei compiti da svolgere, allo scambio di feedback; oltre che a una serie di strumenti digitali in grado di facilitare il lavoro a distanza, individuale e collettivo. Se i leader, con il supporto del team HR, sapranno individuare i bisogni formativi dei propri collaboratori e fornire loro gli strumenti necessari a gestire il lavoro a distanza in maniera ottimale, ne beneficeranno il team e dell’intera azienda.

 

Adattarsi a questo nuovo modo di lavorare può essere faticoso, ma con le competenze giuste e una buona dose di flessibilità, il lavoro ibrido può regalare a tutti un nuovo modo di vivere la vita professionale e privata. Più tempo per sé e per i propri cari, la libertà di lavorare vista mare o davanti a un panorama innevato, la possibilità di diminuire gli spostamenti casa-lavoro riducendo l’impatto ambientale: questi sono solo alcuni dei benefici di un modo di lavorare sempre più ibrido. D’altronde, se c’è una cosa che questi ultimi anni ci hanno insegnato, è che la produttività non è necessariamente legata al luogo fisico in cui ci si trova: per avere dipendenti coinvolti e motivati, è importante innanzitutto mettere al centro il loro benessere. Leader, siete pronti ad accogliere questa sfida?

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