Trasformazione digitale: di quali soft skill non possiamo più fare a meno?

Con i numeri del Coronavirus che continuano a preoccupare, il ritorno alla vita “pre-pandemia” sembra ancora piuttosto lontano. Tra le nuove abitudini degli ultimi mesi spicca senz’altro lo smart working, che ha ormai cambiato la quotidianità di molte aziende. Ma quali saranno le conseguenze di questi lunghi mesi di stravolgimenti e difficoltà? Come ci riprenderemo dagli effetti della pandemia? Secondo diversi studi, a guidare la rinascita sarà proprio una crescente digitalizzazione.

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Il Coronavirus ha causato un preoccupante crollo economico, mettendo in crisi moltissimi settori. Dall’altra parte, però, ci ha messi davanti a una rinnovata certezza: il futuro sarà sempre più digitale.  

La tecnologia nella lotta al Covid-19 

Dal momento in cui il virus ha iniziato a diffondersi, la tecnologia moderna ha dato un prezioso contributo in molti ambiti. Buoni esempi sono sicuramente l'impiego dell’Intelligenza Artificiale per identificare i sintomi del Covid-19 o l’utilizzo di droni per mantenere le misure di sicurezza. Ma anche lo sviluppo di Chatbot in grado di consigliare i cittadini su questioni relative al COVID. Inoltre, la tecnologia ha permesso agli scienziati di comunicare con tutto il mondo per condividere informazioni, analisi, ricerche e risultati 

Ovviamente, questo utile impiego della tecnologia sopravvivrà anche dopo la fine della pandemia e sarà cruciale nelle fasi di ripresa dalla crisi economica.  

Passare al digitale 

La pandemia ha senz’altro velocizzato il passaggio alla digitalizzazione in molti ambiti della vita, tra cui il mondo del lavoro. Ma questo massiccio spostamento verso lo smart working cosa implica davvero per i dipendenti? Cosa devono sapere per poter gestire al meglio un simile cambiamento? Di quali nuove competenze hanno bisogno? E quali, invece, serviranno sempre meno 

Secondo una ricerca del World Economic Forum (WEF), investire in competenze più personali e trasversali, quali la leadership, la creatività, l’intelligenza emozionale e il pensiero critico, porterebbe a una significativa riduzione dei licenziamenti causati dall’automazione.” E anche Forbes ha recentemente pubblicato un interessantearticoloin cui si dice che le soft skill non possono più essere considerate solo un buon modo per arricchire il curriculum, ma sono un requisito fondamentale 

Quindi, quali sono le soft skill che tutti i lavoratori dovrebbero avere oggi?

1. Creatività

Secondo il WEF, una delle principali competenze richieste ai dipendenti al giorno d’oggi è lacreatività, accompagnata dal pensiero critico e da una buona capacità di problem solving. Per poter beneficiare della valanga di nuovi prodotti, nuove tecnologie e nuovi metodi di lavoro, infatti, è necessario che i lavoratori si dimostrino creativi. Quindi insegnare alle persone a trovare soluzioni creative e non attenersi allo status quo le aiuterà a fare la differenza e distinguersi per il proprio importante contributo. Anche se la tecnologia aiuta a eliminare i compiti ripetitivi, infatti, la creatività umana rimane vitale per l'innovazione e il progresso. 

2. Intelligenza emotiva

Un’altra competenza centrale per lo sviluppo di un contesto lavorativo ottimale è senza dubbio l’intelligenza emotiva, di cui parla Daniel Goleman. Essere emotivamente intelligenti significa sapersi approcciare al prossimo con rispetto, gentilezza ed empatia, e questa capacità può davvero fare la differenza in ambito lavorativo. Studi recenti tra cui quelli condotti dallo stesso Golemandimostrano che l’intelligenza emotiva comprende 12 competenze, che vanno dalla consapevolezza delle proprie emozioni all’abilità di lavorare in gruppo. Possedere un insieme ben equilibrato di tutte queste competenze è cruciale per affrontare al meglio tutte le sfide della vita e del lavoro, e anche per diventare buoni leader. Non si tratta solo di saper gestire le proprie pulsioni e le proprie emozioni, ma anche di saper comprendere a fondo le emozioni dei propri colleghi, e quindi saper cogliere i messaggi non verbali, saper ascoltare e saper dare il giusto spazio al prossimo. 

3. Persuasione

Presentare un grafico chiaro o condividere dei buoni risultati spesso non è sufficiente a convincere un cliente o un collega a credere nella nostra idea. Ciò che serve per catturare davvero l’interesse del prossimo è una storia accattivante, in grado di coinvolgere l’ascoltatore e nella quale quest’ultimo si possa riconoscere. Anche nell’era digitale, quindi, le storie acquisiscono un’importanza centrale, poiché lo storytelling ha il potere di coinvolgere il nostro cervello in misura maggiore rispetto alla semplice esposizione di dati. Una buona storia non attiverà solo le regioni cerebrali legate alla comprensione del linguaggio, ma sarà in grado di attivare tutto il cervello. Perché sia efficace, una storia deve essere riconoscibile, sorprendente e stimolante, e non deve contenere troppi fronzoli o tecnicismi. 

4. Connessione

Con l’avanzare della digitalizzazione del lavoro, sapersi connettere con il prossimo anche a distanza ed essere in grado di creare ponti tra i membri di un team è fondamentale per l’ottenimento di buoni risultati 

Questo va oltre la capacità di provare empatia e spingere gruppi di persone a lavorare insieme. Si tratta di saper creare vere e proprie sinergie all’interno dei team, riuscire a coinvolgere appieno i colleghi ed essere in grado di incentivare un confronto proficuo e la generazione di nuove idee. 

5. Porre le domande giuste

Una buona domanda può portare l’interlocutore a mettere in moto la creatività e a impegnarsi nella ricerca di una soluzione all’altezza. A volte, se il contesto lo consente, anche una domanda provocatoria può portare buoni risultati, perché sfida l’interrogato a uscire dalla propria comfort zone. Quindi saper porre domande come Cosa ti impedisce di ottenere i risultati che ti sei prefissato?”, “Qual è l’aspetto sul quale credi di doverti focalizzare di più, al momento?” oCosa ti porterebbe a ritenere questo progetto un successo?” può davvero fare la differenza. 

6. Pensiero critico

Contrariamente a quanto si creda, saper pensare in maniera critica non significa rifiutare tutte le idee altrui o cedere alla negatività e al pessimismo. Al contrario, il pensiero critico è in realtà un modo di pensare e valutare le informazioni molto oggettivo e imparziale, che non lascia spazio ai pregiudizi. Il primo passo per poter sviluppare il pensiero critico è liberarsi di tutti i bias e imparare a distinguere i fatti dalle opinioni. Successivamente, sarà possibile valutare le informazioni apprese, estrapolando le più importanti e rilevanti. Infine, è possibile trarre le proprie conclusioni e, magari, proporre un’idea alternativa.  

7. Flessibilità cognitiva

Adattare gli obiettivi e gestire le aspettative: per molti queste non sono attività semplici o banali. Accettare di dover rinunciare a sogni irrealizzabili è complicato, e combattere con un costante senso di insoddisfazione può davvero impedirci di ottenere buoni risultati e pensare a soluzioni creative per i nostri problemi. Per evitare tutto questo serve flessibilità cognitiva, ovvero la capacità di cambiare il proprio punto di vista e le proprie regole a seconda dei diversi contesti in cui ci si trova. A questo si collega anche l’apprendimento agile: ovvero la capacità di imparare, cioè adottare un diverso mindset e trovare soluzioni nuove a problemi nuovi, e allo stesso tempo disimparare, cioè abbandonare le proprie abitudini quando queste non si adattano più al contesto. Così, infatti, l’incertezza smette di essere una minaccia e può finalmente diventare un’opportunità per vedere le cose sotto una luce nuova. 

Fonte: forbes.com 

 

 

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